A 94 anni, Dolores Guedes Pires – per tutti semplicemente dona Lola – guarda indietro alla propria esistenza con la serenità di chi ha attraversato tempeste durissime senza mai arrendersi. La sua vicenda, segnata da un abbandono improvviso e da anni di privazioni, è diventata il simbolo di una determinazione incrollabile. «Ho combattuto e ho vinto», ripete con convinzione, rivendicando con orgoglio quanto è riuscita a costruire nonostante le avversità.
La sua storia, ambientata a Valinhos, nell’entroterra dello Stato di San Paolo, risale a 57 anni fa. All’epoca, si ritrovò sola, con sette figli a carico, senza denaro e senza alcun sostegno. Un episodio che ha segnato per sempre la sua vita, ma che non è riuscito a spezzare la sua volontà.
L’abbandono alla stazione
Il momento che più di ogni altro è rimasto impresso nella memoria di dona Lola si consumò in una stazione ferroviaria della città. Suo marito la lasciò lì, con i bambini, e ripartì senza di loro. «Fece scendere i piccoli, ma lui non scese dal treno», racconta ancora oggi con voce ferma, nonostante il peso dei ricordi. In quell’istante si ritrovò completamente sola: nessuna risorsa economica, nessuna sicurezza, e perfino uno dei figli che non era ancora stato registrato all’anagrafe.
Era una situazione drammatica. Senza soldi, senza un piano e con sette vite che dipendevano da lei, avrebbe potuto cedere alla disperazione. Invece, fu proprio in quel momento che prese forma la sua forza interiore. La necessità di proteggere i figli divenne la molla che la spinse ad andare avanti.
Una vita di sacrifici
I decenni successivi furono segnati da enormi rinunce. Dona Lola accettò qualsiasi impiego pur di garantire almeno il minimo indispensabile alla famiglia. Non si tirò indietro davanti a nessun lavoro: ciò che contava era portare qualcosa in tavola. La sua priorità assoluta era assicurare un pasto ai figli, anche quando per lei restava ben poco.
Non sempre, però, gli sforzi bastavano. Ci furono giorni in cui il cibo scarseggiava e serate in cui si andava a dormire senza cena. «Quando c’era da mangiare, mangiavamo. Quando non c’era, pazienza», ricorda. Parole semplici che racchiudono anni di privazioni silenziose e di resilienza quotidiana.
Il suo corpo, oggi curvato dal tempo e dalla fatica accumulata, testimonia la durezza di quegli anni. Ogni ruga e ogni piega raccontano il peso di responsabilità affrontate in solitudine, senza mai smettere di lottare. Ma nel suo sguardo non c’è amarezza: prevale la soddisfazione per aver superato prove che sembravano insormontabili.
Il coraggio come eredità
Con il passare del tempo, gli sforzi hanno dato frutto. I figli sono cresciuti, hanno preso la propria strada, e la famiglia che una volta rischiava di sprofondare nell’indigenza è riuscita a costruirsi una vita dignitosa. Dona Lola osserva tutto questo con fierezza. «Sono orgogliosa di quello che ho vissuto e di ciò che ho conquistato», afferma.
Nel giorno in cui si celebra la Giornata Internazionale della Donna, la sua testimonianza assume un valore ancora più forte. Non si tratta soltanto di una vicenda personale, ma di un messaggio universale di determinazione femminile. La sua esperienza dimostra quanto possa essere potente la forza di una madre decisa a difendere i propri figli.
Il suo invito è diretto e appassionato: non arrendersi mai. «Bisogna combattere, perché si può vincere. Io ce l’ho fatta», ripete. È un incoraggiamento nato dall’esperienza concreta, non da frasi fatte. Dietro quelle parole ci sono notti insonni, fame, fatica e sacrifici continui.
Una lezione di dignità e perseveranza
La storia di dona Lola è anche una riflessione sulla dignità del lavoro, qualunque esso sia. Non ha mai considerato nessuna mansione troppo umile se poteva contribuire al sostentamento dei figli. In un contesto in cui spesso le opportunità per una donna sola erano limitate, la sua determinazione ha rappresentato l’unica vera risorsa su cui contare.
Oggi, a distanza di quasi sei decenni da quel giorno alla stazione, guarda alla propria traiettoria con gratitudine. Dice di sentirsi felice e di non sapere come ringraziare abbastanza Dio per essere riuscita a superare ogni ostacolo. La fede, insieme alla tenacia, è stata una delle colonne su cui ha costruito la sua resistenza.
Conclusione: “Io ho vinto”
La vicenda di dona Lola non è soltanto la cronaca di un abbandono trasformato in riscatto. È il racconto di come la forza individuale possa cambiare il destino di un’intera famiglia. Partita da una situazione di totale precarietà, è riuscita a crescere sette figli e a costruire, pezzo dopo pezzo, una realtà di cui oggi va fiera.
Il suo corpo porta i segni del tempo, ma il suo spirito resta saldo. Nelle sue parole non c’è rancore per ciò che è stato, bensì la consapevolezza di aver superato la prova più difficile. «Ho vinto», dice con semplicità. Una frase che racchiude una vita intera di sacrifici, dolore e conquiste.
In un mondo in cui le storie di difficoltà spesso finiscono per essere raccontate solo attraverso la sofferenza, quella di dona Lola offre una prospettiva diversa: è la dimostrazione che, anche nelle condizioni più avverse, la determinazione può aprire la strada alla speranza. E che la forza di una donna, quando guidata dall’amore per i propri figli, può diventare davvero inarrestabile.
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