Negli Stati Uniti si è chiuso un capitolo giudiziario che ha dell’incredibile: un cacciatore di tesori sottomarini, celebre per aver localizzato uno dei relitti più preziosi della storia americana, ha ottenuto la libertà dopo essere rimasto dietro le sbarre per dieci anni consecutivi. La sua colpa? Essersi rifiutato categoricamente di rivelare dove si trovassero 500 monete d’oro provenienti dal famoso naufragio che lui stesso aveva scoperto decenni prima. Una vicenda che intreccia avventura, ricchezza, tradimenti e una battaglia legale che si è trascinata per oltre vent’anni.
Chi è l’uomo che ha trovato la “Nave d’Oro”
Tommy Thompson, oggi settantatreenne e originario dell’Ohio, era uno scienziato specializzato in ricerche subacquee che nel 1988 compì un’impresa straordinaria: individuò il relitto della S.S. Central America al largo delle coste della Carolina del Sud, a oltre 2.100 metri di profondità nell’Oceano Atlantico. Questa imbarcazione era diventata leggendaria con il soprannome di “Ship of Gold”, letteralmente la “Nave d’Oro”, per via del carico preziosissimo che trasportava quando affondò nel settembre del 1857.
Il battello era partito dalla California diretta verso la costa orientale degli Stati Uniti, carico di migliaia di chilogrammi di oro estratto durante la celebre Corsa all’Oro californiana. Il metallo prezioso, per un peso complessivo di circa 13.600 chilogrammi, era destinato alla nuova zecca di San Francisco e doveva costituire una riserva per le banche della costa atlantica americana. Ma un violento uragano travolse l’imbarcazione, provocando la morte di 425 persone tra passeggeri e membri dell’equipaggio. Il disastro contribuì a scatenare un panico economico negli Stati Uniti dell’epoca.
L’impresa che lo rese un eroe nazionale
Quando Thompson e il suo team riuscirono a localizzare il relitto dopo oltre 130 anni, l’America lo accolse come un autentico eroe. La scoperta rappresentava non solo un trionfo tecnologico e scientifico, ma anche il recupero di un pezzo importante della storia nazionale. Dal fondale oceanico emersero tesori inestimabili: oltre 500 lingotti d’oro massiccio e migliaia di monete coniate proprio con il metallo prezioso estratto durante la Corsa all’Oro.
La vendita del primo lotto di questo tesoro generò incassi per circa 46 milioni di euro (al cambio attuale). Una cifra sbalorditiva che però, invece di coronare il successo di Thompson, segnò l’inizio della sua rovina personale e di una battaglia legale senza precedenti.
Quando gli investitori si sentirono traditi
Nel 2005, diciassette anni dopo la scoperta, gli investitori che avevano finanziato la spedizione di Thompson presentarono una causa legale contro di lui. L’accusa era gravissima: appropriazione indebita. Secondo i querelanti, nonostante la vendita del tesoro per decine di milioni di euro, nessuno di loro aveva mai ricevuto un centesimo di ritorno sul proprio investimento. Thompson, secondo le loro ricostruzioni, avrebbe trattenuto tutto il ricavato per sé.
La situazione precipitò rapidamente. Thompson, che all’epoca risiedeva in Florida, decise di sottrarsi al confronto giudiziario. Sparì letteralmente dalla circolazione, tagliando ogni contatto e rendendo impossibile rintracciarlo. Nel 2012, un giudice federale dell’Ohio emise un mandato d’arresto nei suoi confronti dopo che l’ex cacciatore di tesori non si presentò all’udienza prevista. Da eroe nazionale a latitante ricercato dalla giustizia: la parabola discendente era completa.
Come le autorità lo scovarono dopo anni di fuga
Thompson riuscì a sfuggire alle autorità americane per ben tre anni, conducendo un’esistenza clandestina. Nel 2015, gli investigatori federali riuscirono finalmente a individuarlo in un hotel della Florida, dove viveva utilizzando un’identità completamente falsa. L’arresto mise fine alla sua latitanza, ma non risolse il mistero che stava al centro della controversia legale.
Di fronte al giudice, Thompson si rifiutò ostinatamente di rispondere alle domande cruciali: dove erano finite 500 monete d’oro specifiche, coniate proprio con il metallo recuperato dal relitto? All’epoca della loro scomparsa, queste monete valevano circa 2,3 milioni di euro. Il giudice, esasperato dal silenzio dell’imputato, lo dichiarò in oltraggio alla corte e lo condannò al carcere alla fine del 2015.
Perché è rimasto in prigione così a lungo
Normalmente, negli Stati Uniti, la detenzione per oltraggio alla corte in procedimenti civili non può superare i 18 mesi. Si tratta di una misura coercitiva temporanea, pensata per convincere l’imputato a collaborare. Nel caso di Thompson, però, la reclusione si è protratta per un decennio intero, una durata assolutamente eccezionale e controversa dal punto di vista giuridico.
Nel 2019, Thompson tentò di appellarsi a questa norma, sostenendo che la sua carcerazione prolungata fosse illegittima. Tuttavia, una corte d’appello federale respinse la sua richiesta, stabilendo che il rifiuto di collaborare violava le condizioni di un accordo giudiziario precedentemente sottoscritto. Il sistema legale americano si trovava di fronte a un paradosso: come liberare qualcuno che detiene le chiavi della propria libertà ma si rifiuta di usarle?

Cosa diceva Thompson sulla scomparsa dell’oro
Durante un’udienza nel 2020, condotta in videoconferenza, il giudice distrettuale Algenon Marbley interrogò nuovamente Thompson sulla localizzazione delle monete scomparse. La risposta dello scienziato fu spiazzante: “Vostro onore, non so se abbiamo già percorso questa strada oppure no, ma non conosco il luogo dove si trova l’oro. Mi sembra di non avere le chiavi della mia libertà”.
Thompson aveva sempre sostenuto una versione precisa: le monete contestate erano state trasferite a un fondo fiduciario in Belize, un paese centroamericano noto per le sue leggi bancarie riservate. Quanto ai 46 milioni di euro ricavati dalla prima vendita del tesoro, l’ex cacciatore affermava che fossero stati completamente assorbiti da spese legali e dalla restituzione di prestiti bancari contratti per finanziare le operazioni di recupero subacqueo.
Come si è arrivati alla sua scarcerazione
Poco più di un anno fa, lo stesso giudice Marbley che aveva ordinato la detenzione di Thompson prese una decisione sorprendente: decise di porre fine alla condanna per oltraggio civile. Il magistrato dichiarò di non essere più convinto che prolungare ulteriormente la carcerazione avrebbe prodotto le risposte cercate. Era evidente che Thompson non avrebbe parlato, indipendentemente dal tempo trascorso in prigione.
A quel punto, però, scattò immediatamente un’altra condanna: due anni di reclusione per essersi sottratto all’udienza del 2012, quando era diventato latitante. Thompson ha scontato anche questa pena, e mercoledì scorso i registri del Bureau federale delle prigioni hanno confermato il suo rilascio definitivo. Dopo dieci anni di detenzione, l’uomo che aveva scoperto uno dei tesori più favolosi d’America è tornato libero.
Cosa ne pensano esperti e testimoni della vicenda
Dwight Manley, un commerciante californiano specializzato in monete rare che acquistò e rivendette quasi l’intera fortuna recuperata dal relitto, ha commentato lunedì scorso che Thompson ha pagato un prezzo spropositato per quella che sostanzialmente era una controversia commerciale. “Finire in prigione per dieci anni a causa di una disputa d’affari non è l’America che conosciamo”, ha affermato Manley. “Ci sono persone che commettono omicidi e escono in metà del tempo”.
Ryan Scott, professore di diritto all’Università della Florida ed esperto di leggi sull’oltraggio alla corte, ha definito il caso di Thompson “molto insolito”. Scott, che ha lavorato attivamente per ottenere la scarcerazione di Thompson, ha sottolineato che le condanne per oltraggio civile hanno natura indefinita per loro stessa concezione, ma non dovrebbero mai protrarsi indefinitamente. “Che una detenzione del genere si protragga per dieci anni è estremamente raro”, ha commentato.
Secondo Scott, Thompson avrebbe dovuto essere liberato anni prima, almeno dal 2018, quando il tribunale archiviò il procedimento sottostante. Il professore ha definito la vicenda un “errore giudiziario”, criticando duramente il fatto che la situazione sia andata avanti per così tanto tempo.
Quanto vale ancora oggi il tesoro della S.S. Central America
Nel corso degli anni, i reperti recuperati dalla “Nave d’Oro” hanno continuato a fruttare cifre milionarie nelle aste internazionali. Nel 2022, uno dei lingotti più grandi mai messi all’asta proveniente dal relitto, del peso di oltre 24 chilogrammi e conosciuto come “lingotto Justh & Hunter”, è stato venduto per circa 2 milioni di euro attraverso una casa d’aste di Dallas, in Texas.
Nel 2019, una singola asta di molteplici reperti provenienti dal naufragio ha generato incassi superiori agli 10 milioni di euro. Ancora più impressionante fu la vendita del 2001, quando un lingotto del peso di circa 36 chilogrammi venne acquistato da un collezionista privato per la cifra record di 7,4 milioni di euro. Questi numeri dimostrano che il valore storico e materiale del tesoro della S.S. Central America rimane straordinario ancora oggi, quasi 170 anni dopo il tragico naufragio.
La storia di Tommy Thompson rappresenta uno dei casi più bizzarri e controversi nella storia della giustizia americana: un uomo che ha scoperto un tesoro leggendario ma che ha pagato con un decennio della sua vita il rifiuto di rivelare dove si trovasse una parte di esso. Ora che è libero, resta da vedere se il mistero delle 500 monete d’oro scomparse verrà mai risolto.
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