Nel panorama cinematografico spagnolo, Eduardo Casanova ha compiuto un gesto di coraggio straordinario che sta facendo discutere l’intera penisola iberica. Il regista e attore ha deciso di rompere il silenzio sulla propria sieropositività attraverso un documentario intitolato ‘Sidosa’, presentato al Festival di Malaga, in Spagna. Diagnosticato all’età di 17 anni, Casanova è diventato la prima personalità pubblica spagnola a dichiarare apertamente di convivere con l’HIV, mescolando nel suo lavoro elementi di commedia e realtà per affrontare un tema ancora profondamente stigmatizzato nella società contemporanea.
L’opera, realizzata insieme a Jordi Évole, Lucía Díaz e Ana Belén, fonde narrazione documentaristica e finzione cinematografica per dare voce a una condizione che ancora oggi viene vissuta nell’ombra da migliaia di persone. La proiezione al festival spagnolo ha registrato un successo inaspettato, con una sala completamente esaurita e un pubblico eterogeneo che ha risposto con risate ed emozione a un racconto tanto personale quanto universale.
Perché il cinema può cambiare la percezione dell’HIV più della scienza
Durante l’intervista rilasciata a margine della presentazione nel festival spagnolo, Casanova ha espresso una riflessione profonda sul ruolo dell’arte nella sensibilizzazione sociale. Secondo il regista, i progressi medici hanno permesso alle persone sieropositive di sopravvivere, ma non hanno avuto lo stesso impatto nel modificare la percezione pubblica della malattia. “La ricerca scientifica ha ottenuto tutti i progressi necessari affinché le persone con HIV possano vivere”, ha dichiarato Casanova, sottolineando però come siano state le produzioni cinematografiche, fin dagli anni Ottanta, a generare un vero dibattito sociale.
Il cineasta spagnolo ha voluto evidenziare come il settimo arte riesca a raggiungere persone di ogni età e estrazione sociale, dai più giovani agli anziani, creando un ponte comunicativo che la medicina da sola non può costruire. Vedere una platea composta da persone di ottant’anni e giovani ventenni ridere insieme davanti a un film che si intitola ‘Sidosa’ rappresenta, secondo lui, un risultato più significativo di qualsiasi campagna informativa tradizionale.
Come nasce un documentario sulla sieropositività in chiave comica
La scelta di trattare un argomento così delicato attraverso il filtro della commedia non è stata casuale. Casanova aveva già esplorato il tema dell’HIV nella serie ‘Silencio’, affrontandolo dal punto di vista del genere horror. Con ‘Sidosa’, ha invece optato per un approccio più leggero ma non per questo meno incisivo, convinto che il dibattito debba essere stimolato attraverso diverse prospettive artistiche.
Il documentario include anche una canzone originale, una reinterpretazione de ‘La vita in rosa’ composta dallo stesso Casanova e interpretata da Ana Belén. Il regista spagnolo non nasconde il suo sogno: vedere questa composizione candidata come Miglior Canzone Originale ai premi cinematografici nazionali, un riconoscimento che darebbe ulteriore visibilità alla causa.
Chi sono le persone invisibili che convivono con l’HIV
Una delle rivelazioni più toccanti emerse dall’intervista riguarda il numero di personalità note che hanno contattato privatamente Casanova dopo la sua dichiarazione pubblica. In Spagna esisterebbero numerosi professionisti affermati – avvocati, calciatori, cantanti – che convivono con l’HIV ma non si sentono pronti a rendere pubblica la propria condizione.
Il regista rispetta i tempi individuali di ciascuno, ma sottolinea anche come la presenza di figure di riferimento sia fondamentale per normalizzare la conversazione attorno alla sieropositività. “Mi piacerebbe enormemente che questo accadesse”, ha affermato, precisando però che comprendere la difficoltà di questo passo è dimostrato dal fatto che lui stesso sia attualmente l’unico personaggio pubblico spagnolo ad averlo compiuto.
La discriminazione inaspettata nel sistema sanitario
Uno degli aspetti più inquietanti emersi dalla testimonianza di Casanova riguarda la discriminazione che le persone sieropositive subiscono proprio nell’ambiente che dovrebbe tutelarle maggiormente: il sistema sanitario spagnolo. Il regista ha raccontato come, una volta usciti dal reparto di malattie infettive, i pazienti con HIV si trovino spesso ad affrontare violenza e rifiuto in altre specializzazioni mediche.
Questa situazione crea un paradosso drammatico: l’unico contesto in cui una persona sieropositiva può e deve essere trasparente sulla propria condizione diventa talvolta fonte di ulteriore trauma. Casanova ha anche evidenziato come il sistema sanitario spagnolo fornisca i farmaci antiretrovirali, ma non garantisca un adeguato supporto psicologico, accessibile solo a chi può permettersi di pagarlo privatamente.
Cosa succede quando il problema non è il virus ma lo stigma sociale
Nel documentario presentato in Spagna appare la testimonianza di una giovane donna eterosessuale, una scelta narrativa tutt’altro che casuale. Casanova ha voluto includere questa prospettiva per ricordare al pubblico che la trasmissione dell’HIV non avviene esclusivamente per via sessuale e che oltre il cinquanta percento delle persone sieropositive nel mondo sono donne.

La sequenza più potente del documentario mostra questa donna mentre esibisce le cicatrici sul braccio, conseguenza di un tentativo di suicidio. Secondo il regista spagnolo, questo rappresenta la vera emergenza: non il virus in sé, ma le conseguenze sulla salute mentale generate dalla disinformazione e dallo stigma sociale. Molte persone raggiungono la condizione di “non rilevabile uguale non trasmissibile” grazie alla terapia farmacologica, ma non conducono una vita piena a causa dell’isolamento emotivo e del rifiuto sociale.
Il problema della serofobia all’interno della comunità LGBTQ+
Interrogato sulla persistenza di pregiudizi anche all’interno della comunità LGBTQ+, Casanova ha confermato che la serofobia è un fenomeno strutturale che attraversa ogni strato della società spagnola, compresa parte della stessa comunità omosessuale. Questa ammissione rivela come decenni di silenzio, occultamento e senso di colpa abbiano sedimentato atteggiamenti discriminatori anche tra chi dovrebbe mostrare maggiore solidarietà.
Il regista ha parlato anche di “autostigma”, ovvero il rifiuto che le persone sieropositive sviluppano verso se stesse, appropriandosi della colpa che la società gli attribuisce. Si tratta di un meccanismo psicologico devastante, frutto di un’educazione che ha sempre associato l’HIV a comportamenti moralmente riprovevoli.
Come cambia la carriera di un regista dopo aver rivelato la propria sieropositività
Per Casanova, la realizzazione di ‘Sidosa’ non rappresenta solo un atto di liberazione personale, ma anche un punto di svolta nella sua evoluzione artistica. Il cineasta spagnolo ha ammesso candidamente di aver sentito la necessità di questo progetto proprio per permettere alla sua opera di compiere un salto qualitativo, di raggiungere una maturità espressiva impossibile da ottenere continuando a nascondere una parte così significativa della propria identità.
Attualmente il regista sta lavorando con Morena Films a una nuova pellicola intitolata ‘El gran cabrón’, il cui copione è stato recentemente selezionato alla Berlinale, uno dei festival cinematografici più prestigiosi d’Europa. Questo riconoscimento testimonia come la sincerità artistica possa tradursi anche in un riconoscimento professionale internazionale.
L’importanza della collaborazione tra scienza e arte
Un aspetto particolarmente interessante del processo creativo descritto da Casanova riguarda il dialogo instaurato con i professionisti del settore medico. Il regista ha raccontato di aver dovuto convincere il proprio medico dell’importanza di far apparire nel documentario personalità del mondo dello spettacolo, spiegando che scienza e arte devono necessariamente unire le forze per sconfiggere definitivamente lo stigma associato all’HIV.
Questa collaborazione interdisciplinare rappresenta un modello innovativo di comunicazione sanitaria, dove l’efficacia del messaggio non dipende solo dall’accuratezza dei dati scientifici, ma dalla capacità di creare empatia e identificazione attraverso le storie personali e la narrazione cinematografica.
Perché più donne dovrebbero essere rappresentate nelle narrazioni sull’HIV
La scelta di includere la testimonianza femminile nel documentario risponde anche a una necessità statistica spesso trascurata dalla narrazione mediatica. In Spagna come nel resto del mondo, le donne rappresentano più della metà delle persone che convivono con l’HIV, eppure la rappresentazione culturale della malattia rimane prevalentemente maschile e legata all’orientamento omosessuale.
Questa distorsione comunicativa ha conseguenze concrete: molte donne non si percepiscono a rischio, ritardano la diagnosi e affrontano un doppio stigma quando scoprono la propria sieropositività. Il lavoro di Casanova cerca di correggere questa narrazione parziale, offrendo una visione più completa e aderente alla realtà epidemiologica.
Le barriere nell’accesso ai farmaci per i migranti
Un altro tema cruciale sollevato dal regista spagnolo riguarda le difficoltà che le persone migranti incontrano nell’accesso alle terapie antiretrovirali. Casanova ha spiegato che in Spagna, quando viene diagnosticato l’HIV a una persona priva di tessera sanitaria – che si tratti di una donna africana o di una studentessa britannica – i farmaci non vengono forniti automaticamente dal sistema sanitario pubblico.
Queste persone devono rivolgersi a organizzazioni non governative che si occupano di espletare le pratiche burocratiche necessarie per ottenere i medicinali. Si tratta di una procedura che può richiedere settimane o mesi, durante i quali la carica virale continua ad aumentare, compromettendo la salute del paziente e aumentando il rischio di trasmissione.
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